La nostra paura più profonda

Citazione

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Ieri ho ricevuto in dono questa poesia.

La nostra paura più profonda non è di essere inadeguati.

La nostra paura più profonda è di essere potenti al di là di ogni misura.

È la nostra luce, non la nostra oscurità a terrorizzarci maggiormente.

Noi ci chiediamo: chi sono io per essere così brillante, stupendo,  pieno di talenti e favoloso?  In realtà, chi sei tu per non esserlo?  Tu sei un figlio di Dio.

Il tuo giocare in piccolo non serve al mondo.

Non c’è niente di illuminato nel ridursi  perché gli altri non si sentano insicuri intorno a te.

Siamo nati per rendere manifesta la gloria di Dio che è dentro di noi.  Essa non è in alcuni: è in tutti!  E quando permettiamo alla nostra luce di risplendere, inconsciamente  diamo agli altri il permesso di fare la stessa cosa.

Nel momento stesso in cui siamo liberi dalle nostre paure,  la nostra presenza libera automaticamente gli altri.

di Nelson Mandela

 

“Lasciare andare”: un gesto di libertà per se stessi e gli altri

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“Lasciare significa: lasciare che per un po’ le cose seguano il loro corso, che si muovano liberamente senza il nostro intervento, finché la direzione del loro movimento non si mostri spontaneamente. Se rinunciamo a tentare di guidare le cose e quelle, muovendosi, si allontanano da noi, lasciamole andare. Molliamo la presa. Se le lasciamo andare per la loro strada, ci rendiamo liberi per qualcos’altro”.

Bert Hellinger, Gli Ordini del Successo

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La vita è un fluire continuo di fasi, salite e discese, gioie e difficoltà; un alternarsi continuo, inevitabile e a volte spietato, susseguirsi di situazioni che permeano ogni ambito dello sviluppo dell’individuo nelle sue relazioni interpersonali, potenzialmente riassumibili nelle due categorie primarie di amore e amicizia.

Cresciamo spesso con un’ossessione al possesso, imponendo un Io che si trasforma in Ego attraverso rapporti che, se non etichettati, siamo spesso incapaci di vivere con serenità. Un’assoluta necessità di certezza, di sicurezza che si lega ad una definizione: qualcosa, o qualcuno, deve essere “mio” per garantirne la presenza, o per preservarne il distacco. Non funziona quasi mai. Questi sono bisogni che si alleano alla propria distruzione, limitando la libertà d’essere, d’agire, e soffocando il corso della Vita stessa che riteniamo appartenerci, ma che è solamente goccia nel mare di un oceano di esistenza più grande.

La propensione al possesso inibisce il manifestarsi di questa Vita che custodiamo ma che tutti, in quei lassi di tempo infiniti che si celano dietro un istante, riconosciamo sfuggire dal nostro controllo. La scelta, nella vita dell’uomo, è di certo l’arma a doppio taglio che definisce chi siamo e come vogliamo vivere nel mondo; nessuna obiezione contro il libero arbitrio che abbiamo avuto in dotazione dall’alba dei tempi per decidere verso quale orizzonte salpare e verso quali mete dirigerci. Piuttosto, un’esortazione al respiro, alla pausa, alla meditazione, alla consapevolezza, per comprende quando insistere su una scelta che sembra non dare frutto, per comprendere fin dove ci stiamo spingendo nel voler trattenere persone o situazioni limitando la loro libertà di muoversi, di fluire, interiorizzando la frustrazione che l’attaccamento provoca in noi stessi e negli altri, o per comprendere se, ancora, ne vale la pena.

Nell’attaccamento, nel possesso, ci rendiamo prigionieri della nostra stessa libertà, e deturpiamo senza via di ritorno quella degli altri. Imporsi e imporre è spesso un mezzo per nascondere dietro i migliori propositi una profonda paura o un estremo disagio: rimanere soli, deludere, non voler accettare che ogni cosa ha un ciclo, e come tale, ha il diritto essenziale di poter finire, quando la portata del suo insegnamento termina in questo lasso di Vita cristallizzata nella nostra esistenza.

 Spesso non si “cede” perché si teme la pagina bianca, il giudizio dei nostri cari, la sofferenza del momento di passaggio, l’accusa di un tradimento morale, o al contrario, si teme di non avere alternative all’abitudine: muri di buio che si alzano sempre più alti di fronte ad una luce, la nostra, che abbiamo dovere di far brillare, anche a costo di dover lasciare la mano di chi ha percorso con noi chilometri di cammino.

La grandezza e l’umiltà dell’individuo di fronte alla vita e alle continue sfide a cui siamo sottoposti è diventare consapevoli di quando verso una situazione, o una persona – perché i rapporti umani determinano ciò che siamo, e non possiamo Essere Umani senza l’altro – si possa insistere, si possa provare e riprovare ad “aggiustarla”. Tentare fino allo sfinimento è forse il campanello d’allarme per determinare quando e quanto imporsi sia la giusta decisione, perché agire in tal modo può essere la possibilità per dimostrare a se stessi e agli altri la propria forza, la determinazione, la volontà, ma può diventare distruttiva se si perde di vista la prospettiva e la dimensione di fondo, di base, fondamentale, quando infierisce colpi mortali alla libertà dell’altro e alla propria, umanissima, personalità.

Nel caso in cui ci si accanisca su una persona, per esempio, quando una forma d’amore diventa satura e non si è in grado di accettare il punto alla fine di una frase che durava da capitoli, si dovrebbe comprendere che lasciarla libera è il più grande regalo da fare. Per l’altro, perché si avrà rispetto del suo percorso, ma soprattutto per se stessi, perché si onorerà ciò che si ha vissuto e imparato da essa, rendendoci aperti, disponibili, pronti per ogni nuovo arrivo. Amare senza possesso è la più profonda libertà, non si può ricevere libertà se non la si offre incondizionatamente. Non esiste niente di negativo nel mollare la presa, quando né da una parte, né dall’altra, si prospetta più una possibilità di crescita: quando i rapporti diventano sterili e le opportunità un deserto.

Mollare la presa non significa rinunciare, ma rivalutare le proprie priorità avendo cura di se stessi, di proteggere una vita che non può, non deve e non vuole diventare salvezza per l’altro, se implica negazione di se stessi. Mollare la presa, anche solo per un attimo, può essere il più grande dei rimedi, per guardare dentro di noi nel vuoto che si è creato, riempiendolo di potenzialità, garantendo un possibile recupero dei cocci di un vaso che sembrava in frantumi o concedendosi l’immensa opportunità di ricominciare.

Lasciare andare non significa sempre perdere, nell’accezione competitiva del termine; lasciare andare significa permettere alla mutevole essenza di cui siamo composti e dalla quale siamo generati, di portarci esattamente laddove siamo destinati ad arrivare. Ognuno infatti ha il proprio destino e le scelte determinano di volta in volta la costruzione di un ponte per arrivare alla destinazione, che è sempre, meravigliosamente, nonostante tutto il dolore, evoluzione.

di Chiara Pasin, tratto da Eticamente

Quando la natura chiama…

In evidenza

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…sempre più spesso mi sono trovata a praticare all’aria aperta… che fosse in spiaggia, su un prato o in mezzo ai boschi…

…sempre più spesso mi sono trovata a ricercare e ricreare questi momenti, riconoscendo l’importanza che un luogo assume, a seconda di ciò che si svolge nel suo contesto.

…sempre più spesso ho potuto assaporare il risultato dell’unione tra luogo&azione, intaccando al mia precedente convinzione che l’azione, non fosse influenzata dal suo contorno.

…sempre più spesso ho condiviso e riproposto la ricerca della contaminazione tra il fare e lo stare…

Ebbene, tutto concorre. Come nel tutto, anche nello yoga, nella meditazione, e in molte altre attività legate alla crescita eprsonale e al benessere della persona, il contesto nel quale si svolge la pratica (non mi riferisco alle persone in questo caso) è elemento importnate nella pratica stessa.

Per questo mi sento di invitare tutti (me stessa per prima!) a chiudere gli occhi in riva al mare, a camminare a piedi nudi sull’erba, ad abbracciare un albero o praticare tra i folti suoni del bosco…. e semplicemnte… provare a “sentire”.

La natura è ‘IL’ luogo, la madre terra, ci accoglie, nel silenzio e nel fruscio, ed è il luogo migliore nel quale perdersi e ritrovarsi.

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Il sentiero della felicità

Il sentiero della felicita

 

Il Sentiero della Felicità” è un film su Paramahansa Yogananda, autore di “Autobiografia di Uno Yogi”, un classico della letteratura spirituale che ancora oggi costituisce un riferimento essenziale per ricercatori spirituali, filosofi e cultori dello yoga. L’Autobiografia era l’unico libro presente nell’iPad di Steve Jobs, il quale dispose che ne fossero distribuite 800 copie alle personalità che parteciparono al suo funerale. È stato anche il libro che ha introdotto al misticismo orientale George Harrison, Russell Simmons e innumerevoli yogi. Dando un’impronta personale alla ricerca dell’illuminazione e condividendo le battaglie interiori affrontate sul sentiero spirituale, Yogananda ha reso accessibili quegli antichi insegnamenti a un pubblico moderno, attirando molti seguaci e aiutando milioni di ricercatori spirituali di oggi a volgere l’attenzione alla propria vita interiore, respingendo le tentazioni materialistiche per giungere alla realizzazione del Sé.
Il film, girato in tre anni, con la partecipazione di 30 paesi, esplora il mondo dello yoga, antico e moderno, orientale e occidentale. Anteprima in Italia il 16 febbraio 2016. Se è vero che il materiale d’archivio sulla vita di Yogananda (morto nel 1952) costituisce l’ossatura della narrazione, il film va però oltre i confini di una tradizionale biografia. Le sequenze includono stralci di interviste, immagini metaforiche e ricostruzioni sceniche, e ci conducono dai luoghi di pellegrinaggio dell’India alla Divinity School dell’Università di Harvard, come pure ai suoi sofisticati laboratori di fisica, dal Centro di Scienza e Spiritualità dell’Università della Pennsylvania al Chopra Center di Carlsbad, in California.
Evocando il viaggio dell’anima che cerca di farsi strada tra gli ostacoli dell’ego e dell’illusione del mondo materiale, il film ci fa vivere un’esperienza di immersione nei regni dell’invisibile. La Via della Felicità è, in ultima analisi, la storia del genere umano: la lotta universale di ogni creatura per liberarsi dalla sofferenza e per trovare la felicità durevole.
Regia di Paola Di Florio e Lisa Leeman
http://www.awaketheyoganandamovie.com/

Parkour: l’arte dello spostamento

Come anticipato… amo le contaminazioni ed è per questo che ho accolto con entusiasmo la proposta di sviluppare un articolo sul tema del Parkour. Anche in questa disciplina, così diversa dallo yoga, corpo e mente concorrono nella buona riuscita del proprio percorso personale.

PARKOUR Genova

“Per capire che cosa sia il parkour occorre pensare alla differenza che c’è tra quello che è utile e quello che non lo è in situazioni di eventuale emergenza. Solo allora si potrà comprendere quello che è parkour e quello che non lo è”. 

A me gli occhi!

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La percezione visiva ha suscitato da sempre l’interesse di neuroscienziati e psicologi,  ha reso celebri maghi, prestigiatori e persino artisti. Ma come reagisce la mente alle dinamiche percettive? Continua a leggere

YOGA in CoSa

Anche quest’anno le lezioni di YOGA si svolgono in una location speciale: mercoledì ore 19 presso l’Associazione CoSa CoWorking a Savona.

CoSa

Perché: “Il mondo e’ pieno di persone che possiedono informazioni preziose senza saperlo. Pensate all’impresa di riuscire a sommare le informazioni di tutti“. [D. Lessing] Vi aspettiamo in Via Paleocapa 21A int 6.