Arriva in Italia… YogaDog!

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© Daniela VellacaSchermata 2017-07-11 alle 09.56.25La passione è il motore di qualsiasi cosa. Parte dal cuore e sa travolgere, coinvolgere, unire e farsi ponte. Questa è la via che ha dato vita a YogaDog.

Coniugando l’amore per i cani con la passione per lo yoga nasce un’emozionante esperienza di condivisione.
Se oltre oceano l’idea ha preso forma già da qualche anno, in Italia con l’educatrice cinofila Valentina Cavallo siamo pioniere di questa fantastica avventura a sei zampe!

Le nostre rispettive esperienze – maturate in due ambiti apparentemente lontani – hanno trovato il modo di incontrarsi ed è stata proprio la diversità ad appianare le distanze affidandosi ai punti di contatto tra due mondi che parlano di amore verso l’altro, rispetto dei tempi di ciascuno e ricerca di un legame profondo con sè, la natura e il mondo animale.
Valentina affianca ogni binomio in questa splendida avventura mentre io yoga conduce la lezione di yoga. Un’esperienza unica che permette di sperimentare un diverso modo di vivere lo yoga e nutrire il rapporto con il proprio cane attraverso un momento privilegiato di incontro uomo-animale.

Lo yoga è un’antichissima disciplina che opera su più livelli. Attraverso semplici posizioni ed esercizi di respirazione si concorre alla ricerca del naturale equilibrio psicofisico della persona promuovendo un nuovo spazio di ascolto di sé. L’esplorazione dei propri limiti, nel rispetto delle proprie potenzialità, è la stessa valida premessa con la quale viene inserito e accolto il cane.
Le lezioni prevedono vicinanza al proprio padrone e libertà di azione ed espressione di ciascun animale, con il costante e vigile supporto dell’educatore cinofilo.

La pratica si svolge principalmente all’aperto, in un contesto naturale, sia per agevolare la compresenza di diversi cani in uno spazio che ne preservi e garantisca l’intimità, sia per favorire una riconnessione armonica con se stessi, che solo la natura sa restituire all’uomo.
L’esperienza nata in seno a un’intuizione e sviluppata con la convinzione di offrire una situazione di stimolo esclusiva, si è confermata positiva e formativa per i partecipanti quanto per i conduttori. L’idea è stata infatti accolta con entusiasmo e si è rivelata un’eccezionale occasione di confronto e sperimentazione che ha arricchito il gruppo sotto ogni punto di vista.
I benefici sono differenti e complementari: se lo yoga per proprie potenzialità riconnette a una dimensione di intimità e benessere (una risorsa assopita in ciascuno di noi) quando è effettuato col proprio cane ne consolida la relazione offrendo un momento di condivisione diverso dalle situazioni abitudinarie come le classica passeggiata al parco o in città. YogaDog aiuta inoltre ad accrescere reciproca intesa e fiducia.

Molto spesso – per impegni e logistica – ci si deve purtroppo separare dal proprio cane e non è scontato che le attività nel tempo libero tutelino uno spazio condiviso: YogaDog risponde proprio a questa necessità. Cani e padroni possono soddisfare la loro voglia di condivisione e di “fare insieme” in un’atmosfera protetta e naturale: infine si propone al cane un’esperienza molto gratificante sotto il profilo sensoriale, esplorativo e sociale.

Quando gli ingredienti sono eccellenti, e la voglia di sperimentare non manca, le idee germogliano: YogaDog infatti non si ferma qui ma diviene punto di partenza di tante altre opportunità esperienziali. Le declinazioni partono a raggiera da un epicentro ormai consolidato: l’incontro tra la disciplina dello yoga e il mondo dei cani.

Ampliando il contesto e inserendo il movimento sono nati i TrekYogaDog, avventure a sei zampe che conducono i partecipanti attraverso affascinanti itenerari immersi nel verde, che permettono ai cani di scaricarsi e ai padroni di ritemprarsi nella natura, con sano divertimento.
Al termine del percorso la pratica dello yoga si conferma il modo ideale per fluire dal movimento al rilassamento, con delicato equilibrio. A coronamento della serata la condivisione della cena – in paesaggi mozzafiato e scorci selezionati – gratifica anima e corpo in un clima sereno e gioioso.

Fiore all’occhiello tra le proposte del 2017 è la “Vacanza da Cani”. Un intero weekend dedicato a cani e padroni in location selezionate, rigorosamente a contatto con la natura, nella quale l’offerta è completata da attività formative e laboratori creativi, in una sapiente alternanza di relax, esplorazione e degustazione, che insieme ai trek e lo yoga trasformano la vacanza in un’intensa ed emozionante avventura.

Tantissimi i progetti in preparazione e le idee in cantiere…
Con il 2018 arriveranno notevoli sorprese per i nostri amici a quattro zampe e i loro ‘fedeli’ padroni! Non ci resta che seguirci sulle nostre pagine Facebook: Yoganelsole e Mondocane 360°.
Stay tuned!

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il Cammino della Dea

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L’’incontro tra due donne e l’incontro dei loro mondi.

Questo è il punto di parteza dal quale inizia il Cammino della Dea, che unisce la tradizione yoga con le potenzialità della naturopatia in noi in un percorso di crescita e scoperta.

La proposta è un Laboratorio esperienziale tra YOGA e NATUROPATIA improntato all’esplorazione e il risveglio dell’energia femminile.

Una via di accoglienza, ascolto, esplorazione e riscoperta della propria femminilità e delle infinite potenzialità riposte in ciascuna donna.

La nostra paura più profonda

Citazione

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Ieri ho ricevuto in dono questa poesia.

La nostra paura più profonda non è di essere inadeguati.

La nostra paura più profonda è di essere potenti al di là di ogni misura.

È la nostra luce, non la nostra oscurità a terrorizzarci maggiormente.

Noi ci chiediamo: chi sono io per essere così brillante, stupendo,  pieno di talenti e favoloso?  In realtà, chi sei tu per non esserlo?  Tu sei un figlio di Dio.

Il tuo giocare in piccolo non serve al mondo.

Non c’è niente di illuminato nel ridursi  perché gli altri non si sentano insicuri intorno a te.

Siamo nati per rendere manifesta la gloria di Dio che è dentro di noi.  Essa non è in alcuni: è in tutti!  E quando permettiamo alla nostra luce di risplendere, inconsciamente  diamo agli altri il permesso di fare la stessa cosa.

Nel momento stesso in cui siamo liberi dalle nostre paure,  la nostra presenza libera automaticamente gli altri.

di Nelson Mandela

 

“Lasciare andare”: un gesto di libertà per se stessi e gli altri

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“Lasciare significa: lasciare che per un po’ le cose seguano il loro corso, che si muovano liberamente senza il nostro intervento, finché la direzione del loro movimento non si mostri spontaneamente. Se rinunciamo a tentare di guidare le cose e quelle, muovendosi, si allontanano da noi, lasciamole andare. Molliamo la presa. Se le lasciamo andare per la loro strada, ci rendiamo liberi per qualcos’altro”.

Bert Hellinger, Gli Ordini del Successo

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La vita è un fluire continuo di fasi, salite e discese, gioie e difficoltà; un alternarsi continuo, inevitabile e a volte spietato, susseguirsi di situazioni che permeano ogni ambito dello sviluppo dell’individuo nelle sue relazioni interpersonali, potenzialmente riassumibili nelle due categorie primarie di amore e amicizia.

Cresciamo spesso con un’ossessione al possesso, imponendo un Io che si trasforma in Ego attraverso rapporti che, se non etichettati, siamo spesso incapaci di vivere con serenità. Un’assoluta necessità di certezza, di sicurezza che si lega ad una definizione: qualcosa, o qualcuno, deve essere “mio” per garantirne la presenza, o per preservarne il distacco. Non funziona quasi mai. Questi sono bisogni che si alleano alla propria distruzione, limitando la libertà d’essere, d’agire, e soffocando il corso della Vita stessa che riteniamo appartenerci, ma che è solamente goccia nel mare di un oceano di esistenza più grande.

La propensione al possesso inibisce il manifestarsi di questa Vita che custodiamo ma che tutti, in quei lassi di tempo infiniti che si celano dietro un istante, riconosciamo sfuggire dal nostro controllo. La scelta, nella vita dell’uomo, è di certo l’arma a doppio taglio che definisce chi siamo e come vogliamo vivere nel mondo; nessuna obiezione contro il libero arbitrio che abbiamo avuto in dotazione dall’alba dei tempi per decidere verso quale orizzonte salpare e verso quali mete dirigerci. Piuttosto, un’esortazione al respiro, alla pausa, alla meditazione, alla consapevolezza, per comprende quando insistere su una scelta che sembra non dare frutto, per comprendere fin dove ci stiamo spingendo nel voler trattenere persone o situazioni limitando la loro libertà di muoversi, di fluire, interiorizzando la frustrazione che l’attaccamento provoca in noi stessi e negli altri, o per comprendere se, ancora, ne vale la pena.

Nell’attaccamento, nel possesso, ci rendiamo prigionieri della nostra stessa libertà, e deturpiamo senza via di ritorno quella degli altri. Imporsi e imporre è spesso un mezzo per nascondere dietro i migliori propositi una profonda paura o un estremo disagio: rimanere soli, deludere, non voler accettare che ogni cosa ha un ciclo, e come tale, ha il diritto essenziale di poter finire, quando la portata del suo insegnamento termina in questo lasso di Vita cristallizzata nella nostra esistenza.

 Spesso non si “cede” perché si teme la pagina bianca, il giudizio dei nostri cari, la sofferenza del momento di passaggio, l’accusa di un tradimento morale, o al contrario, si teme di non avere alternative all’abitudine: muri di buio che si alzano sempre più alti di fronte ad una luce, la nostra, che abbiamo dovere di far brillare, anche a costo di dover lasciare la mano di chi ha percorso con noi chilometri di cammino.

La grandezza e l’umiltà dell’individuo di fronte alla vita e alle continue sfide a cui siamo sottoposti è diventare consapevoli di quando verso una situazione, o una persona – perché i rapporti umani determinano ciò che siamo, e non possiamo Essere Umani senza l’altro – si possa insistere, si possa provare e riprovare ad “aggiustarla”. Tentare fino allo sfinimento è forse il campanello d’allarme per determinare quando e quanto imporsi sia la giusta decisione, perché agire in tal modo può essere la possibilità per dimostrare a se stessi e agli altri la propria forza, la determinazione, la volontà, ma può diventare distruttiva se si perde di vista la prospettiva e la dimensione di fondo, di base, fondamentale, quando infierisce colpi mortali alla libertà dell’altro e alla propria, umanissima, personalità.

Nel caso in cui ci si accanisca su una persona, per esempio, quando una forma d’amore diventa satura e non si è in grado di accettare il punto alla fine di una frase che durava da capitoli, si dovrebbe comprendere che lasciarla libera è il più grande regalo da fare. Per l’altro, perché si avrà rispetto del suo percorso, ma soprattutto per se stessi, perché si onorerà ciò che si ha vissuto e imparato da essa, rendendoci aperti, disponibili, pronti per ogni nuovo arrivo. Amare senza possesso è la più profonda libertà, non si può ricevere libertà se non la si offre incondizionatamente. Non esiste niente di negativo nel mollare la presa, quando né da una parte, né dall’altra, si prospetta più una possibilità di crescita: quando i rapporti diventano sterili e le opportunità un deserto.

Mollare la presa non significa rinunciare, ma rivalutare le proprie priorità avendo cura di se stessi, di proteggere una vita che non può, non deve e non vuole diventare salvezza per l’altro, se implica negazione di se stessi. Mollare la presa, anche solo per un attimo, può essere il più grande dei rimedi, per guardare dentro di noi nel vuoto che si è creato, riempiendolo di potenzialità, garantendo un possibile recupero dei cocci di un vaso che sembrava in frantumi o concedendosi l’immensa opportunità di ricominciare.

Lasciare andare non significa sempre perdere, nell’accezione competitiva del termine; lasciare andare significa permettere alla mutevole essenza di cui siamo composti e dalla quale siamo generati, di portarci esattamente laddove siamo destinati ad arrivare. Ognuno infatti ha il proprio destino e le scelte determinano di volta in volta la costruzione di un ponte per arrivare alla destinazione, che è sempre, meravigliosamente, nonostante tutto il dolore, evoluzione.

di Chiara Pasin, tratto da Eticamente

Resilienza

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Attingere a risorse di cui nemmeno si sospetta l’esistenza, gestire sconfitte e tollerare frustrazioni, dilazionare le gratificazioni e porsi degli obiettivi impegnandosi  nel raggiungerli.
Intervista a Pietro Trabucchi per “FYE – ForYourEyes settembre 2016”

“L’uomo è naturalmente “attrezzato” per convivere con stress e difficoltà di ogni tipo pur sottostimando le proprie possibilità”. FYE ha chiesto a Pietro Trabucchi (psicologo sportivo, formatore, alpinista e resiliente consolidato) di aiutarci a comprendere e sviluppare la resilienza assopita in ciascuno di noi.
Tensin
Il concetto di resilienza. Che cos’è e perché è così determinante nella vita?
La resilienza è stata definita in tanti modi, ma – sostanzialmente – indica la capacità di mantenere elevata la motivazione verso un obiettivo nonostante la presenza di ostacoli, difficoltà e disagio. Si tratta quindi di una capacità più evoluta rispetto al semplice “saper sopportare” passivamente. La resilienza è un dono molto importante che ci portiamo dentro, ma di cui abbiamo scarsa consapevolezza.
Noi discendiamo da generazioni di gente che è sopravissuta a catastrofi naturali, guerre, epidemie, predatori affamati, carestie. Eppure ci ostiniamo a considerare gli esseri umani come passivi, indifesi e deboli di fronte alle difficoltà.
Questo modo di vedere le cose è sbagliato, ma è molto diffuso perché fornisce un tornaconto. Se tutti gli esseri viventi contemplano solo due possibilità di fronte alla vita – adattarsi o estinguersi – solo gli esseri umani ne contemplano una terza: piangersi addosso.
La grande e costante tentazione umana è il vittimismo, con i relativi alibi, il non volersi prendere responsabilità. La società attuale, per vari motivi, contribuisce a rinforzare queste tendenze: per esempio, la nostra cultura, negli ultimi anni, ha sostituito i modelli di successo basati sull’impegno con i modelli determinati dalla “fortuna” o dal possesso di “talento” (nel senso di dono naturale non conquistato).
Il risultato è che i paesi più ricchi sono abitati da un’umanità contraddistinta da un’enorme disparità tra le proprie possibilità di accesso a beni materiali e le proprie risorse psicologiche.

Perseverare è umano: lei utilizza il verbo “persistere” per spiegare l’essenza della resilienza. Può illustrarci meglio questo concetto?
È semplice. Se la resilienza è una dimensione motivazionale, quanto più siamo resilienti tanto più a lungo durerà la nostra motivazione. Meno siamo resilienti e più facilmente ci demotiveremo di fronte a qualche difficoltà. Alla base del raggiungimento dell’eccellenza – assoluta o personale – sportiva, professionale o artistica, c’è la persistenza. Persistenza verso l’obiettivo, nell’impegno, per anni e anni. E alla base della persistenza c’è la resilienza.

Resilienti si nasce o si diventa?
Bisogna  precisare che tutti nasciamo con un po’ di resilienza dentro di noi. L’uomo è naturalmente “attrezzato” per convivere con stress e difficoltà di ogni tipo. Non siamo così “vulnerabili allo stress” come indulgentemente amiamo credere.
Purtroppo è altrettanto vero che siamo anche plasmati dalla società e dalla cultura in cui viviamo. Nel libro “Tecniche di resistenza interiore” mi sono soffermato proprio su questo problema: la nostra società richiederebbe molta resilienza per far fronte ad un’epoca di grandissima incertezza, ma è incapace di promuoverla: perché disincentiva l’impegno personale, la meritocrazia, l’autodisciplina, il rispetto delle norme e delle regole. E, di conseguenza, le nuove generazioni si dimostrano sempre più incapaci di relazionarsi con il mondo reale e con le sue difficoltà, di impegnarsi per qualcosa, di tollerare qualsiasi frustrazione. La preferenza per un’esistenza virtuale, passiva e iper-protetta denuncia la mancanza di resilienza. Ci si rifugia nei social-network o altre forme di “esistenza” virtuale perché il mondo esterno fa paura e si sente di non avere i mezzi per affrontarlo. In altre parole, credo che oggi si sia molto meno capaci di gestire lo stress. Ma è sicuramente possibile apprendere e migliorare la propria resilienza.
Nel caso dell’educazione dei giovani, in particolare, lo sport è uno dei pochi ambiti presenti nella nostra società che permetta di allenare e sviluppare in maniera esplicita e strutturata la resilienza. Non che non esistano altri ambiti che costringano a svilupparla.
Ma lo sport può rappresentare un contesto straordinariamente efficace: esso ci costringe a tirare fuori delle risorse di cui nemmeno sospettiamo l’esistenza, insegna a gestire le sconfitte e tollerare le frustrazioni, a dilazionare le gratificazioni a darsi degli obiettivi e ad impegnarsi per raggiungerli.

E lo stress… Che ruolo svolge?
Oggi “stress” è diventata una parola abusata ed indefinita, strumentale a non assumersi fino in fondo la responsabilità delle proprie debolezze.
Perché consente di spostare all’esterno le cause di quello che non va. Allora diventa sempre colpa “del mondo cattivo”, del capo, della suocera; insomma  se non ci sentiamo bene, se siamo demotivati  o se non riusciamo a raggiungere i nostri obiettivi è sempre colpa di “altro da noi”. Ma è davvero così? Si può dire che la psicologia negli ultimi anni stia un po’ ribaltando la sua prospettiva consueta: è la resilienza ad essere la norma negli esseri umani, non la fragilità. Rendersi conto che noi non siamo bersagli passivi dello stress e delle avversità è già un passo molto importante.  L’essere umano è un progetto migliore di quello che pensa di essere. La resilienza ce lo dimostra: essa consiste nella capacità umana di reggere di fronte alle avversità più dure, di non indietreggiare di fronte ad obiettivi sfidanti, di continuare a sperare nei giorni più bui, di saper rialzarsi dopo le batoste, nel saper sopportare e perseverare. In quest’ottica, ciò che comunemente chiamiamo “stress quotidiano” ha una funzione di stimolo. Ci permette di allenare le nostre risorse interiori. Con dei limiti, ovviamente. Resilienza non fa rima con “onnipotenza”.

L’esperienza con OXO, ci racconta della collaborazione con il Consorzio Optocoop Italia?
La mia collaborazione è iniziata l’anno passato, quando sono stato invitato come relatore alla Convention annuale che si è svolta in Sicilia. La mia relazione ha parlato per l’appunto di resilienza e di motivazione. L’idea è stata quella di fornire un’ispirazione e degli spunti ad una platea di persone che devono resistere alle sfide di un mercato ipercompetitivo dove, se ci si siede, si rischia velocemente di sparire. Da qui l’accento sui temi dell’impegno, del miglioramento continuo, del raggiungimento dell’eccellenza. La collaborazione è proseguita con una fornitura di materiale (ovviamente occhiali) da testare nella spedizione scientifico-alpinistica al Denali (o McKinley) in Alaska che si è svolta quest’anno a giugno.

Manager allenatore. Resilienza come percorso di crescita personale, ma non solo. Come sfruttare questa capacità psicologica dal punto di vista lavorativo?
Un manager – o anche un imprenditore – deve essere in grado di reggere ostacoli e difficoltà senza perdere motivazione. Ma questo non è importante solo a livello personale. Se non si dimostra resiliente, non sarà di esempio e di ispirazione per i collaboratori. Dunque non potrà pretendere che questi esprimano comportamenti ed atteggiamenti diversi dalla solita “caccia agli alibi” o dal disimpegno.

Pietro è un resiliente? Perché ha scelto di condividere il suo percorso attraverso la formazione?
Non è molto elegante auto-valutarsi pubblicamente. Lascio quindi che a giudicare siano gli altri. Ho scelto di condividere il mio percorso perché è la strada che ho trovato per dare il mio contributo alla società in cui vivo: spero, attraverso i miei libri divulgativi, la formazione, le conferenze – come anche attraverso le ricerche scientifiche – di aiutare le persone a diventare un po’ più consapevoli delle grandi risorse che ognuno ha dentro di sé; e che spessissimo ignora.

Qualche consiglio per aumentare la propria resilienza… l’abc per iniziare.
Aumentare la propria resilienza, come spesso ho sottolineato nei miei libri, non è questione di conoscere una serie di regolette ingenue e illusorie del tipo “Pensa positivo!”. Si tratta di un vero e proprio allenamento. Come occorrono centinaia di ore di pratica per migliorare il proprio personale sulla maratona, così plasmare le proprie risorse interiori è una disciplina che dura l’intera vita. Tuttavia, per iniziare, bastano anche piccoli passi, se questi hanno un impatto sullo stile di vita: allenarsi a resistere alle continue distrazioni quando si è impegnati in un’attività, rinunciare a qualche comodità o gratificazione quotidiana, imporsi piccoli obiettivi riguardo a esercizio fisico, alimentazione, relazioni con gli altri. Evitare di cadere preda del pessimismo cosmico collettivo che oggi è molto di moda perché rappresenta l’alibi estremo (“Tanto noi come singoli non possiamo fare nulla”).

www.pietrotrabucchi.it

Quando la natura chiama…

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…sempre più spesso mi sono trovata a praticare all’aria aperta… che fosse in spiaggia, su un prato o in mezzo ai boschi…

…sempre più spesso mi sono trovata a ricercare e ricreare questi momenti, riconoscendo l’importanza che un luogo assume, a seconda di ciò che si svolge nel suo contesto.

…sempre più spesso ho potuto assaporare il risultato dell’unione tra luogo&azione, intaccando al mia precedente convinzione che l’azione, non fosse influenzata dal suo contorno.

…sempre più spesso ho condiviso e riproposto la ricerca della contaminazione tra il fare e lo stare…

Ebbene, tutto concorre. Come nel tutto, anche nello yoga, nella meditazione, e in molte altre attività legate alla crescita eprsonale e al benessere della persona, il contesto nel quale si svolge la pratica (non mi riferisco alle persone in questo caso) è elemento importnate nella pratica stessa.

Per questo mi sento di invitare tutti (me stessa per prima!) a chiudere gli occhi in riva al mare, a camminare a piedi nudi sull’erba, ad abbracciare un albero o praticare tra i folti suoni del bosco…. e semplicemnte… provare a “sentire”.

La natura è ‘IL’ luogo, la madre terra, ci accoglie, nel silenzio e nel fruscio, ed è il luogo migliore nel quale perdersi e ritrovarsi.

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Solo per oggi… parole di Papa

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Solo per oggi crederò fermamente, nonostante le apparenze contrarie, che la Provvidenza di Dio si occupi di me come se nessun altro esistesse al mondo.

Solo per oggi avrò cura del mio aspetto; non alzerò la voce, sarò cortese nei modi, non criticherò nessuno, non pretenderò di migliorare nessuno se non me stesso.

Solo per oggi compirò una buone azione e non lo dirò a nessuno.

Solo per oggi dedicherò dieci minuti a qualche buone lettura ricordando che, come il cibo è necessario al corpo, così la buona lettura alla vita dell’anima.

Solo per oggi non avrò timori. Non avrò paura di godere ciò che è bello e di credere alla bontà.

Solo per oggi mi farò un programma: forse non lo seguirò a puntino ma lo farò e mi guarderò da due malanni: la fretta e l’indecisione.

Posso ben fare per dodici ore ciò che mi sgomenterei se pensassi di doverlo fare per tutta la vita.

Preghiera di Papa Giovanni XXIII

Anatha Reiki

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Dopo anni di incontri, vicinanze, sfioramenti, il Reiki è ‘ufficialmente’ entrato nella mia vita. Con tutta l’energia che ne consegue….

Anahata Reiki” nasce dall’incontro tra Yoga e Reiki: si arricchisce della dinamica energetica dello Yoga per risvegliare la sensibilità all’Energia e attivare nuove potenzialità.

La parola Reiki è di origine giapponese e deriva dalla pronuncia di due ideogrammi: Rei e Ki.

La prima – Rei – è l’“energia universale” quell’energia primordiale (Divina)che esisteva ancor prima della creazione dell’universo, il principio divino dal quale è probabilmente scaturito il Big Bang e che ha portato alla creazione dell’universo in tutte le sue manifestazioni (Ki).

La seconda – Ki – è invece “energia vitale universale” una forma di energia dell’universo” presente in ciascun individuo, essere e/o cosa. Il Ki permette ad ogni cosa di esistere e agli esseri viventi di vivere. Ki è il corrispondente del Chi per i cinesi, del Prana per gli indù, della Kundalini nella tradizione yoga, Luce o Spirito Santo per i cattolici, ecc.

L’unione tra Rei e Ki

reiki